Spadoncino da bordo

Autore: Paolo Tassinari

27 Gennaio 2021

SPADONCINO DA BORDO

Veneto 1490 – 1510

Materiali 

Acciaio, legno, cuoio

Dimensioni

Misure Complessive: 1370 x 15o mm
Misure dalla lama: 1065 x 50 mm
Peso: 1600 gr

Firenze, Collezione privata (già collezione Lisi)

Lo spadoncino da bordo

segue le classiche forme delle spade dette «schiavonesche» o «alla schiavonesca»: lama piatta con sguscio centrale sottile, elsa con rami a sezione triangolare spigolati verso l’esterno e disposti a «S» sul piano ortogonale della lama, lunga impugnatura in legno rivestita di pelle nera, segnata al medio e divisa in due ordini da quattro risalti tra loro separati, pomo quadro con bottone emisferico rilevato al centro delle facce.

Sulla lama dell’originale proveniente dalla ex-collezione Lisi, da una sola banda, al centro presso il tallone, si trova la marca circolare, non leggibile, dello spadaio.

E’ possibile riscontrare la foggia generale dell’arma tra le armi «di munizione» della Serenissima, benché l’unica altra spada con impugnatura di dimensioni comparabili che si conosca , è conservata all’Armeria del Consiglio dei Dieci nel Palazzo Ducale di Venezia (Armi Bianche Italiane, Boccia/Coelho 1974, fig. 166). 

 

Esemplari noti

Franzoi, nel catalogo parziale dell’Armeria di Treviso del 1990 (pag 85, scheda 144), fa notare, per un’arma bellunese (vedere Nota) 15 cm più corta, che anticamente questa tipologia veniva detta «spadoncino da bordo», cosa che rende evidente la destinazione d’uso e anche il fatto che essendo di norma la spada con simile fornimento dotata di una lama di meno di un metro, esemplari di dimensioni maggiori, finissero per essere forse più un elemento di distinzione di rango che altro.

Standardizzazione e specializzazione di un arma

La standardizzazione degli altri esemplari noti è piuttosto significativa e la foggia dell’elsa si spiega meglio se si immaginano queste armi infilate in rastrelliere orizzontali, in cui il piano dei rami, individuato dalla «S», serve a limitare l’oscillazione delle lame col rollio della nave.

Si tratta di una vera e propria arma specializzata, probabilmente destinata a membri dell’equipaggio particolarmente vigorosi e abili nel maneggio di queste armi oppure, come ipotizzato in precedenza, una spada appartenuta ad un semplice capitano di galea.

Note

Nel Bellunese, in particolare, dal ‘400 alla prima metà del ‘600 si forgiavano lame di spade che armarono svariati eserciti ed in particolare le milizie della Serenissima.

Lungo il corso del torrente Ardo, a nord-est di Belluno, nelle località di Busighel e Fisterre, da notizie riportate da storici del XVI secolo, venivano prodotte fin 25 mille spade all’anno d’ogni sortementre da un documento del 1578 è noto, che alcuni gentiluomini inglesi siglarono un contratto con gli armaioli di Belluno per la fornitura di ben 600 spade al mese per un periodo di 10 anni; questo grazie all’ottimo ferro che si estraeva dalle miniere delle vallate dell’Agordino e dello Zoldano.


Esemplare conservato presso l’Armeria del Consiglio dei Dieci

Bibliografia essenziale:

  • Boccia/Coelho: Lionello G. Boccia e Eduardo T. Coelho, Armi Bianche Italiane, Bramante Editrice, 1974
  • Franzoi: Umberto Franzoi, Catalogo parziale dell’Armeria di Treviso, 1990
  • Scalini: Mario Scalini, A Bon Droyt – Spade di uomini liberi, cavalieri e Santi, Silvana Editoriale, 2007