La parata di piatto

Nel panorama mondiale della scherma storica capita con una certa frequenza di imbattersi in studiosi o appassionati di questo affascinante campo di ricerca, i quali tendono ad avallare con fermezza ipotesi quantomeno fantasiose riguardo taluni argomenti. La questione della parata di piatto anziché di filo, ad esempio, è origine di curiosi benché interessanti dibattiti.

Ricordando che ogni dilemma, per sua natura, nasce dal confronto di due filoni di pensiero, i quali vengono analizzati in tutti i loro elementi probatori al fine di escludere quello che si rivela avere meno riscontri con la realtà, questo articolo, fornendo spunti di riflessione accanto a prove concrete, intende essere un contributo alla soluzione di tale dilemma.

Uno dei maggiori e più autorevoli sostenitori della parata di piatto è John Clements direttore dell’associazione statunitense ARMA, il quale, in diversi suoi interessanti articoli e saggi, definisce la parata come “the deflecting or deviating of the opponent’s blade before it reaches its target”.

Definizione, quella di Clements, che manca della sua più importante accezione: bloccare il colpo dell’avversario prima che raggiunga il bersaglio. Bloccare e deflettere (o deviare) sono due azioni molto diverse che generano risultati molto diversi.

Eppure, anche in testi in lingua inglese è chiaramente spiegata la differenza delle due tipologie di azioni: i termini parare e deflettere vengono spesso tradotti con termini diversi, “to parry” e “to deflect”, cosa che si evince chiaramente nei trattati di scherma di qualsiasi periodo.

A sostegno di quanto sopra è inoltre possibile affermare che non raramente nei testi di lingua inglese i termini tecnici shermistici vengono, essendo l’Italia la culla di tale arte, italianizzati. Si veda il “to parere” del Pallas Armata (1639, Libro I, Cap V):

“To Parere, is to decline, to put by, and to turn off a thrust or blow”

Sicuramente, considerando questa definizione avulsa dal contesto schermistico precedente e contemporaneo, si può facilmente incappare nell’errore dell’eccessiva semplificazione di un’azione invece molto complessa.

Di più, lo stesso Alfred Hutton nel suo Old Swordplay (1892), facendo riferimento all’Opera Nova del Marozzo descrive le parate di quest’ultimo col generico termine “Parries” riclassificandole in termini numerici ed adottandone in toto l’uso. Questo genere di semplificazioni sembra essere l’origine dell’annosa questione della parata di filo o di piatto, che tenteremo qui di risolvere.

Posto che la schivata è probabilmente il miglior modo per non essere colpiti, la parata è tendenzialmente da preferire (in quanto più conservativa) nel momento in cui si intende rimanere “a misura” per proseguire l’azione con un colpo di risposta. E’ opportuno però specificare qual è l’accezione di “blocco”.

Con questo termine intendiamo descrive un’azione che consiste nell’intercettare con la propria arma la traiettoria dell’arma dell’avversario annullandone l’energia cinetica. L’alternativa al blocco è la “deviazione”: la differenza consiste nel fatto che quest’ultima è volta non a bloccare l’arma dell’avversario, interrompendone il moto, ma ad intercettarla deviandone il percorso.

Ciò premesso è piuttosto facile dimostrare l’erroneità dell’affermazione secondo la quale di norma la parata si effettua con il piatto della lama piuttosto che con il filo. Le argomentazioni a supporto della parata (nella sua accezione generale) di filo sono numerose: struttura biomeccanica del corpo umano, morfologia e composizione chimica dell’arma, esecuzioni di azioni schermistiche che originano da un legamento, indicazioni fornite da maestri di scherma del passato nei loro trattati. Si procede di seguito con la disamina puntuale di questi aspetti.

Struttura biomeccanica del corpo umano

E’ la motivazione forse più intuitiva: nel caso di una parata di piatto l’impatto causa una sollecitazione della mano e dell’avambraccio sfavorevole alla naturale catena cinetica del braccio. Quando si colpisce con un pugno, la catena cinetica del braccio esprime il massimo potenziale nel momento in cui il colpo è portato con le nocche, o con il taglio della mano, in quanto ciò comporta la massima efficacia con il minimo sforzo. E’ semplice verificarlo colpendo un sacco da boxe, ma anche un chiodo con un martello.

Per lo stesso motivo una parata di taglio, che segue quindi un movimento naturale del corpo, assicura l’impiego del massimo della forza e della resistenza muscolare all’impatto. Allo stesso tempo si ottiene un maggior controllo della punta dell’arma rispetto alla stessa azione effettuata con il piatto.

A riprova di quanto detto impugnate un bastone o una riga da disegno e chiedete ad un amico di esercitare una pressione costante a metà del bastone, verso la sua sinistra. Noterete che a seconda che il vostro pugno sia in posizione di parata di taglio o di parata di piatto riuscirete ad apporre una differente forza opposta a quella della pressione. E’ naturale e verificabile la difficoltà a resistere a questo tipo di pressione avendo parato con il piatto piuttosto che con il filo.

Giovanni Antonio Lovino porta un esempio a conferma di quanto esposto:

Ad XXXV – Ascanio Attore, Lauso Reo
“Dovea esso anchora parare quella pugnalata; che gli fu da Ascanio tirata, al contrario di quello, che egli fece: portandola fuora col filo: e non col piatto del pugnale. Percioche il suo pugnala si trovò haver poca forza, nel portar fuora la pugnalata di Ascanio: si per la tardezza, con la quale esso andò alla parata; si perche fece la parata col piatto del pugnale: come si è già detto.”

Morfologia dell’arma

Alcuni studiosi e praticanti sostengono che parare di piatto evita che il filo si rovini. A risposta di ciò si può affermare che il filo si rovina allo stesso modo nel momento in cui, colpendo, la spada viene parata dall’avversario, o colpisce parti dell’armatura in acciaio.

Approfondiamo l’argomento considerando l’indicazione che il Vadi fornisce riguardo alla morfologia della spada da due mani: il maestro pisano dichiara che la lama presenta l’affilatura (“a rasoio”) soltanto per quattro dita in punta. Ora, è’ naturale che questa affermazione non vada presa alla lettera, dal momento che è evidente l’inutilità di una lama lunga più di un metro che sia efficace soltanto in punta: tanto vale utilizzare una lancia. Un’interpretazione più ragionata è che la lama sia affilata “a rasoio” solo per le ultime quattro dita, poiché durante l’uso la rimanente parte del filo tende ad usurarsi, proprio a causa delle parate reciproche.

Ciò detto, posto che, come è noto, i colpi si portano con il medio-debole della lama e le parate si effettuano con il forte, ne consegue che, benché il filo in corrispondenza del forte possa rovinarsi, la spada non diventa meno efficace proprio perché il medio-debole continuerà a conservare l’affilatura. Va inoltre detto che le tacche rilevate su vari reperti museali, riscontrate sul filo prevalentemente in corrispondenza del forte, sono di ben lieve entità ed è fuor di dubbio che non compromettano affatto l’integrità o l’uso ottimale della lama.

parti spada

E’ pacifico che, in caso di duello (non dimentichiamo mai che ci sono giunti esclusivamente trattati di scherma da duello) con la spada, l’ultima preoccupazione dello schermidore fosse quella di evitare tacche lungo la lama. Difficilmente i colpi portati in un duello sono tanti da compromettere l’affilatura. Caso emblematico la parata che Fiore (nel primo gioco) esegue “in punta di spada”, quindi con il debole: il maestro Friulano non sembra temere troppo di rovinare il filo della propria lama (cfr. par. 5). Banalmente, nel caso di utilizzo di spada accompagnata con lo scudo, quest’ultimo sia l’arma deputata a parare i colpi, preservando automaticamente il filo della spada.

Altra componente essenziale di una spada è l’elso (o elsa). L’elso a croce delle spade medievali e rinascimentali ha ovviamente lo scopo di proteggere la mano. Già nel 1460 Re René lo specificò chiaramente nel suo famoso testo sui tornei.

Vogliamo, in questa veloce disamina delle funzioni dell’elso, spendere qualche parola per esprimere delle perplessità sull’affermazione di John Clements secondo la quale l’elso non serva a proteggere la mano dalla lama avversaria, ma a proteggere le dita da urti volontari o meno contro lo scudo avversario. Precisamente, nel suo interessante Medieval Swordmanship (Paladin Press, 1998), il ricercatore statunitense innanzitutto afferma che se la guardia a croce fosse davvero utilizzata a protezione delle dita, i reperti museali dovrebbero presentare evidenti scalfitture sui bracci per l’impatto della lama avversaria. Non è ovviamente così, dal momento che la guardia a croce non è utilizzata per parare, ma solo per salvaguardare le dita da uno scivolamento o un rimbalzo fortuito della lama dell’avversario, caso comunque relativamente poco frequente.

Clements continua sostenendo che “the function of wide Medieval cross-guards seems to have been for preventing the user’s hand from slamming into or hitting against the flat of an opponent’s shield”. Questo passaggio, esposto in tal modo, potrebbe essere stato frainteso da studiosi ed amanti della scherma storica che hanno formato parte del loro bagaglio culturale proprio sui suoi libri. L’affermazione di Clements è una mera illazione in quanto nessun trattato schermistico parla di colpi portati con il piatto dello scudo, ovvero con l’umbone, tranne nel caso di brocchieri dotati di punta centrale. Quindi non è affatto lecito supporre che uno schermidore eseguisse normalmente tali colpi (non dimentichiamo che lo scudo è l’arma difensiva per definizione). Certamente è invece possibile un urto casuale della mano armata contro lo scudo avversario. Posto che effettivamente anche in questo frangente i bracci della guardia siano di indubbia utilità, è quantomeno azzardato sostenere che questa fosse lo scopo primario di tale morfologia dell’elso. Se così fosse, ci chiediamo perché i legionari romani, che pure hanno usato per centinaia di anni la spada e lo scudo, e per centinaia di anni hanno affrontato avversari muniti di scudo, non abbiano mai dotato il gladio di una utilissima guardia a croce per proteggere le dita da urti contro gli scudi. E, ancora, stupisce il fatto che la guardia a croce sia rimasta in auge almeno fino al XVIII secolo, quando ormai lo scudo, se non obsoleto, aveva un uso molto marginale da quasi due secoli, al limite relegato ad arma da duello.

Nel caso in cui il dubbio persista, bisogna sempre avere l’umiltà di cercare autorevole risposta nelle parole dei Maestri. Riportiamo qui quelle del Docciolini, il quale, nella sezione relativa alle tecniche di spada e pugnale (cap. 15) specifica:
“…e quanto al modo del tenere il pugnale in mano dico che coloro che lo tengono di piatto, con appoggiare il dito grosso nel mezzo del detto pugnale, e si fondono d’andare à parare un taglio che vadia al capo, fanno grande errore; […] il taglio che verrà à correre […] anco che verrà a reggerlo, poniamo che la lo regga, porta grande pericolo, che nel medesimo modo detto di sopra, rimbalzando gli mozzi la mano…”.

In altri termini: durante la parata può accadere che l’arma dell’avversario scivoli o rimbalzi accidentalmente verso le dita e l’elso è studiato proprio per arrestarne il movimento. Parando di piatto l’elso sarebbe del tutto inutile, in quanto, proprio per la posizione della mano, verrebbe orientato in una direzione non idonea a proteggerla in tale evenienza.

Infine, l’elso è spesso utilizzato subito dopo la parata per spostare la lama avversaria:
Docciolini pg 52 – delle due spade (cap 14)
“…se nò voi venite alla parata, e retto che voi harete il detto taglio, voglio che voi alziate alquanto il vostro pugno destro, che verrete con i fornimenti a mandar la spada avversaria, inverso la vostra parte destra…”

Va da sé che l’esecuzione dell’azione descritta dal Docciolini sarebbe impossibile ne caso di una parata di piatto.

Composizione chimica e strutturale dell’acciaio

Lasciamo la parola a Francesco Foglia, laureato in chimica industriale presso l’Università degli Studi di Roma, la Sapienza, che ha sicuramente più autorevole voce in capitolo.

“A considerazioni di utilizzo pratico riguardo l’esercizio di strumenti ed utensili si può pervenire grazie all’analisi di poche ma importanti considerazioni di carattere strutturale. Per prima cosa è meglio illustrare brevemente alcuni concetti che renderanno chiare le considerazioni successive. Un metallo è un solido costituito da una struttura interna approssimabile a quella di un compatto insieme di sferette tutte impacchettate insieme a formare un continuo che è visibile come un oggetto solido macroscopico. Si immagini una scatola riempita di biglie tutte della stessa dimensione, maggiore è la quantità di biglie a parità di scatola, maggiore sarà la densità delle stesse a parità di volume. Essenzialmente le proprietà meccaniche di un metallo sono in prima e estremamente semplificata approssimazione dipendenti da questa densità. Si immagini ora di inserire all’interno della scatola con le biglie, delle sferette più piccole. Quello che accadrà sarà che l’impacchettamento, ovvero la densità a parità di volume sarà maggiore. L’acciaio differisce dal ferro semplice per questa caratteristica, come nell’esempio della scatola di biglie il carbonio, più piccolo del ferro, si inserisce nella maglia costituita dagli atomi di ferro e ne aumenta le proprietà meccaniche grazie alla “novità” dell’aggiunta. La maglia o reticolo a cui si è fatto riferimento è la struttura microscopica del metallo da noi considerato. Perché si generi una frattura, all’interno del reticolo, che si sviluppi per dar luogo ad una lesione macroscopica del metallo, deve esistere un punto di inizio del processo. Questi punti vengono definiti difetti del reticolo, e sono naturalmente presenti in un metallo. Il processo di forgiatura, tempera e lavorazione di un metallo non hanno altro scopo, se non l’eliminazione di tanti più difetti possibile, e di regolarizzare la struttura del reticolo metallico.

Veniamo ora a considerazioni di carattere pratico riguardanti l’utilizzo di un attrezzo metallico come può essere una spada. Le sollecitazioni meccaniche a cui sarà sottoposto l’attrezzo saranno tutte a carico del reticolo sopramenzionato, tanto più il reticolo sarà stato curato, tanto più l’attrezzo risponderà bene alle condizioni di utilizzo, evitando spiacevoli incidenti come ad esempio la rottura. Alcune delle più note proprietà meccaniche possono essere analizzate sotto il punto di vista microscopico:

La durezza è la resistenza che il reticolo metallico offre alla dislocazione dei suoi punti costitutivi, quando un altro corpo cerca di penetrare in esso.

L’elasticità è la capacità del reticolo metallico di conservare l’energia di una sollecitazione, come ad esempio un urto, e restituirla in tempi molto brevi.

La resistenza alla flessione è la resistenza offerta dai costituenti dal reticolo a scambiarsi di posto con gli altri, questa proprietà insieme alla duttilità è importante per evitare che ad esempio un metallo si pieghi. Quest’ultima proprietà a differenza di altre come la durezza, che sono intrinseche al materiale, dipendono dalla quantità di metallo considerato. Nella fattispecie la resistenza alla flessione dipende ad esempio dallo spessore di materiale che si vuole deformare. Si comprende bene da questi pochi cenni che il problema dell’ottimizzazione di un manufatto metallico non è cosa banale, e che molte delle lavorazioni sono studiate ad hoc per il diverso utilizzo che si fa dell’oggetto in questione. In particolare se consideriamo una spada possiamo porci con un atteggiamento criticamente nuovo esaminandone le caratteristiche per l’utilizzo. Risulta semplice considerare che la durezza del metallo sarà un fattore importante per quel che riguarda i fili e la punta, il cui scopo è appunto quello di vincere la resistenza dei bersagli e di scatenare tutta la forza imposta allo strumento per penetrarne la struttura.

L’elasticità sarà importante soprattutto per la maneggevolezza: per comprendere questo punto si immagini di brandire una spada che risponde ad un colpo con delle vibrazioni evidenti o che all’impatto dissipi parte della forza imposta. Per la flessibilità sembrerà banale, ma di certo uno schermidore non guarderà di buon occhio il fatto che la sua arma si deformi ogni volta che vada a contatto! Nel problema specifico della parata eseguita con una spada di un colpo portato con una attrezzo simile quindi si capisce bene che tra gli inconvenienti da evitare ci sono sicuramente: la rottura, la deformazione per flessione e lo sviluppo di vibrazioni che si ripercuotono sulla mano dell’utilizzatore. Lo spessore dell’attrezzo è un parametro da non sottovalutare nella valutazione della flessione, e sicuramente la sezione di taglio sarà maggiore della sezione di piatto. Per la durezza c’è da considerare che oltre a caratteristiche intrinseche del metallo entrano in gioco, durante un urto, fattori geometrici. La forza all’impatto và distribuita sulla superficie di contatto tra gli attrezzi: risulterà avvantaggiato chi a parità di forza la distribuisce su una superficie minore. Non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che il taglio di una spada ha superficie minore del piatto!

vibrazioni spada

Infine bisogna considerare che, a parità di elasticità, una sollecitazione sul piatto induce vibrazioni lungo il corpo del manufatto maggiori rispetto alle sollecitazioni attuate sul taglio. Le ragioni di ciò vanno ricercate non solo nella differente sezione sollecitata, ma anche nel meccanismo stesso con cui le sollecitazioni viaggiano nel corpo del materiale. Il campo di forze agenti sulla spada che riceve un colpo sul piatto risulta più esteso di uno che risponde con il taglio, questo comporta che vengano sollecitate zone anche distanti dal punto di contatto e conseguentemente sarà più probabile interessare zone con i difetti strutturali sopramenzionati e incorrere quindi in effetti dannosi per l’integrità strutturale del materiale.”

Vogliamo sottolineare l’importanza di quest’ultimo passaggio, chiaramente esposto dal dott. Foglia, in quanto sicuramente punto-chiave della questione riguardante la composizione molecolare dell’acciaio.

Ci fregiamo, inoltre, del piacere di contribuire con un’ulteriore osservazione di natura meccanica che ci è stata gentilmente fornita dal Prof. Ing. Francesco Cirillo, ex fiorettista, e titolare della Cattedra di Progetto di Macchine, Dipartimento di Meccanica e Aeronautica della Facoltà di Ingegneria presso l’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma:

“Perché nella scherma si para prevalentemente con il taglio e non con il piatto della spada? Una risposta puramente meccanica – e non è la sola possibile – viene dalla esigenza di contenere al minimo la deformazione dell’arma e mantenere il più possibile elevate le frequenze di vibrazione indotte dall’impulso causato dall’urto . Queste esigenze discendono entrambe proprio dal miglior esercizio dell’arte della scherma. Mentre si combatte è infatti essenziale tendere alla massima rapidità e precisione possibili nella esecuzione degli ordini elaborati dal cervello in merito alla posizione dell’arma nello spazio; ad esempio in merito alla posizione della spada al fine di parare un colpo dell’avversario.

Detta esecuzione è composta sostanzialmente dalla determinazione e decisione dell’indirizzo cui posizionare il ferro (riflesso neurologico) e dalla variazione di posizione imposta all’arma tramite spostamento e rotazioni dell’impugnatura; cioè tramite le forze che il combattente scarica sull’arma attraverso il suo braccio e il suo polso (attuazione muscolare). Dal punto di vista meccanico una spada è essenzialmente una trave a sbalzo, incastrata ad una estremità entro un incastro (il polso del combattente) che si sposta rapidamente nello spazio, con accelerazioni di traslazione e di rotazione molto elevate. E’ stato misurato che sulla estremità di una spada olimpica di 1100 mm di lunghezza , durante una gara si raggiungono accelerazioni dell’ordine dei 5 G (escluse quelle dovute agli urti con l’attrezzo avversario). Per effetto della repentina variazione di posizione imposta tramite l’impugnatura , la lama deve dunque reagire a forze di inerzia ( che si oppongono alla variazione di moto) di entità rilevante.

Queste forze producono una deformazione nella direzione opposta all’avanzamento del moto, tale cioè da far trovare la lama in una posizione “arretrata”, ovvero “in ritardo” rispetto alla posizione teorica che la stessa avrebbe in assenza di deformazione. La deformazione da forze di inerzia dunque disturba l’azione dello schermidore perché la spada non raggiunge esattamente la posizione teorica elaborata dai comandi del cervello, ovvero perché raggiunge detta posizione con un ritardo che cresce al crescere della deformazione della lama. Per lo schermidore è quindi preferibile la minima deformazione possibile (a parità di altri parametri).

Supponiamo che la sezione della lama della spada sia un rombo molto schiacciato, cioè con una diagonale molto minore dell’altra. A parità di carico, la deformazione nel piano che contiene la diagonale maggiore, con carico applicato sul taglio della lama, è molto minore della deformazione che si produce nel piano contenente la diagonale minore quanto la stessa forza è applicata al piatto dell’arma. Ciò è dovuto al fatto che la deformazione è inversamente proporzionale al Momento di Inerzia intorno all’asse neutro ; nel caso di carico sul taglio il Momento di Inerzia Jx è molto maggiore di quello (Jy) che interviene nel caso opposto. In altre parole la “rigidezza” dell’arma è direttamente proporzionale al Momento di Inerzia della sezione che si oppone alla sua deformazione ed è molto maggiore nel caso in cui l’arma deve reagire ad una forza applicata sul taglio della lama.

sezione spada

Nella parata, l’urto della spada contro la lama avversaria produce una sollecitazione di carattere impulsivo che provoca vibrazioni nell’arma. Le frequenze e le ampiezze di queste vibrazioni sono complesse, tuttavia si possono scomporre nella somma di vibrazioni sinusoidali agevolmente calcolabili e misurabili. Componente sostanziale di dette vibrazioni è il “modo proprio” di vibrare della lama soggetta a impulso, caratterizzato da una “frequenza propria” e “una ampiezza propria”. A parità di impulso (energia eccitante) quanto più alta è la frequenza propria, tanto minore è l’ampiezza di vibrazione. Inoltre, a parità di energia eccitante, la frequenza propria di vibrazione è più alta se è maggiore la “rigidezza” della struttura , cioè se è maggiore il Momento di Inerzia della sezione che si oppone alla sua deformazione. Quando si para con il taglio, la sezione che si oppone alla deformazione è la quella caratterizzata dal Momento di Inerzia maggiore (Jx), ciò provoca vibrazioni di frequenza maggiore rispetto alla parata con il piatto.

A parità di energia, frequenza maggiore significa minore ampiezza di vibrazione e quindi minori spostamenti non controllati della lama e del polso che impugna l’arma. E’ quindi ovvio che anche da questo punto di vista è preferibile parare con il taglio invece che con il piatto della spada.”

Riteniamo quest’ultima un’affermazione cruciale e senz’altro irrefutabile. In altri termini: è errato sostenere (come qualcuno fa) che la parata di piatto consenta al colpo di scaricarsi sul lato della lama atto a flettersi (il piatto, appunto), e quindi ammortizzare il colpo: se è vero che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, l’azione a molla della lama, che si flette per il colpo per poi ridistendersi, causa un rimbalzo, uno spostamento della spada nella stessa direzione del colpo. In termini pratici ciò che ne deriva è assimilabile all’azione schermistica che va sotto il nome di “botta sul ferro”.

Azioni schermistiche

Ben più valore della mia parola ha quella di Riccardo Rudilosso, schermitore da due decenni e istruttore nazionale di scherma sportiva, del quale riporto un’importante osservazione:

“Dovrebbe parlare da solo il fatto che nemmeno nella scherma sportiva, con armi che raggiungono il peso massimo di 800 grammi, si usi mai il piatto per deviare o parare. Ad ogni modo, nel caso di ulteriori dubbi, si può aggiungere la seguente considerazione. Posto che con parata “di tasto” si identifica, nella terminologia propria della scherma moderna, una parata “morbida”, che non faccia rimbalzare via la lama dell’avversario (cosa che invece comporta la parata “di picco”), ma attutisca il colpo in modo che non venga interrotto il contatto delle lame, è possibile approfittare di detto contatto per eseguire delle azioni schermistiche sul ferro avversario. Lo sforzo: immediatamente dopo la parata di tasto, praticamente con il solo movimento del polso, si esercita un impulso energico sulla lama dell’avversario in avanti e verso il basso, in modo da allontanarla e farne perdere per una frazione di secondo il controllo da parte dell’avversario stesso. Il trasporto: immediatamente dopo la parata di tasto (ad esempio una parata di 4^) con il medio-forte della propria spada si imprime una pressione sul medio-debole della lama avversaria per “trasportarla” in un’altra posizione diametralmente opposta (ad esempio in posizione di parata di 2^) senza che venga mai meno il contatto tra le due lame. Va da sé che, se la parata venisse effettuata con il piatto, sarebbe assolutamente impossibile eseguire correttamente queste azioni.”

Trattati di scherma

Ogni amante della scherma storica si sarà scontrato, nei suoi studi, con le illustrazioni dei trattati medievali Italiani e Germanici di scherma, notoriamente prive di prospettiva. In particolare la spada è sempre illustrata con il piatto rivolto verso il lettore. Non per questo è lecito supporre che le parate venissero effettuate con il piatto perché altrimenti, per lo stesso motivo, dovremmo ritenere che anche i colpi venissero portati con il piatto. Tuttavia proprio i trattati medievali tedeschi vengono portati come esempio a supporto della parata di piatto, in quanto, oltre a presentare illustrazioni che potrebbero essere interpretate in questo senso, non specificano mai quale parte della lama vada utilizzata per parare

Nel Talhoffer e nel Dürer si possono effettivamente identificare alcune illustrazioni di tecniche con il messer che descrivono inequivocabilmente una parata/deviazione di piatto. Queste tecniche, inoltre, sono peculiari in quanto la parata (di piatto) viene effettuata in modo da volgere il filo del messer verso l’alto. Ad ogni modo tali tecniche, nell’economia dei trattati in cui sono contenute, rappresentano casi isolati, eccezioni, non la regola. Inoltre, come mostra Christian Henry Tobler nel suo pregevole Fighting with the German Longsword, la scherma medievale tedesca, lungi dall’essere incentrata solo sulla forza del colpo, contempla numerosissime tecniche che prevedono due azioni simultanee, ovvero la parata e l’attacco, accompagnate da spostamenti laterali e obliqui. In altri termini si para con un attacco, e di conseguenza, gioco forza, la parata avviene con il filo.

Citiamo, a titolo di esempio, l’ultimo periodo del foglio 32v del manoscritto MS 3227a, datato 1389 e attribuito ad Hanko Döbringer:

  • “E siccome egli para ogni colpo di taglio o di punta con il filo davanti, così ciò è anche la stessa cosa che avviene con una parata.”

Per completezza, facciamo riferimento ad uno degli autori tedeschi, Sigmund Ringeck: egli insegna a parare con un mezzo-colpo sulla lama dell’avversario. Non molto diverso, quindi, da quanto si riscontra sia in Fiore de’ Liberi che in Filippo Vadi: entrambi rispondono ad un colpo con lo stesso colpo, al fine di impattare l’arma avversaria (incrosar) ed eventualmente procedere con un legamento o con una risposta. Sicuramente quest’azione è da annoverare nelle parate, ed ovviamente, trattandosi di un mezzo-colpo, è eseguita con il filo dritto della spada e non con il piatto. Infine, la pratica può dimostrare meglio delle parole quanto sia più difficile eseguire una risposta o un’azione sulla lama avversaria, dopo un blocco effettuato con il piatto della lama piuttosto che con il filo.

Innumerevoli delucidazioni a proposito del modo di effettuare una parata si possono evincere da trattati rinascimentali, dei quali riportiamo solo alcuni brevi ma significativi passaggi:

Achille Marozzo – Opera Nova (1536):

  • “…tragandote lui tal mandritto tu el parerai in su el dritto fillo del pugnale tuo…”
  • “…perché tragando lui mandritto tondo, o fendente, o stocata, o ponta, voglio che tu pari queste botte in fil de spada in atto de guardia de intrare…”

Giovanni Dalle Agocchie – Dell’arte di Scrimia (1572):

  • In 13v: “…in due modi la spada si può parar, ò co’l fil dritto di essa, ò co’l falso…”

Anonimo Bolognese – (sec. XVI):

  • “…et se egli si argomentasse di ferirti di colpo alcuno, tu passarai del piede manco innanzi schifandoti con il dritto filo della spada dal vegnente colpo in guisa propria di guardia di testa…”

Francesco Altoni – Monomachia (sec. XVI):

  • Il giuoco della spada sola – inizio pag 69 verso: “Li colpi di taglio come si debbon fare. Insegnare la parte della spada qual’è da parare, e qual’è da ferire, perché assai importa come il filo buono del mezzo inverso la punta, serve a ferire, ed al mezz’indietro serve a parare. Dire quante sono le difese, che sono secondo me tre, col filo overo fuggita, con l’offesa, e con l’arme.”

Giovanni Antonio Lovino – intorno alla Practica e Theorica… (sec. XVI):

  • Prima fermata di spada: “…voltando sempre il filo buono, contra la spada di quello; ci tiene sicuramente difesi della offesa nimica.”
  • Fine 73 recto: “Overo se la spada nimica sarà fuora di tempo, che vostra signoria non sarà tenuta à ricercare quella spada; ma la basterà solamente serrarlo, come si è detto dinanzi: voltando Però sempre il filo buono, contra la spada contraria; se ben ciò non fosse in tempo; accioche venendosi al ferire, trovi il buon contrasto del filo buono della (73v) Spada. Però che cosi facendo si può con facilità serrare il nimico, e investirlo di punta.”
  • inizio 74 verso: “Vi aggiungo (74v) questo avertimento che convien tenere le braccia ben distese; la spada giusta: col pugno, e il piatto della spada verso terra; accioche il filo buono resti contra l’offesa della spada nimica.”

Federico Ghisliero – Regole di molti cavagliereschi esercitii (1587):

  • Della Theorica pag 31 parlando delle imperfezioni del colpir di taglio: “…la spada per non esser sferica, & perciò di peso non ugualmente grave, molte volte resistendovi l’aere ferisce di piatto: & la spada è soggetta a rompersi.”
  • Della Theorica pag 82 sui 4 modi di parare: “Nel terzo modo di parare si resiste a tutte le ferite col filo dritto; & se bene si potrebbe anchora col falso, nondimeno per esser questa parata debole la tralasciammo: & e mettendosi la spada in linea retta si para, & si ferisce facendosi scorrere i fili della spade…”

Marco Docciolini – Trattato in materia di scherma (1601):

  • Di spada, e pugnale (cap 15): “…tiri l’avversario dove gli piacerà […] non havete da far altro, che presentargli il taglio del detto pugnale…”
  • “…ma poniamo che egli ve la metta (la punta) con il filo dritto, e voi havete à presentare il vostro filo dritto al suo…”

Ridolfo Capoferro – Gran simulacro dell’arte e dell’uso della scherma (1610):

  • Delle Parate: “Si para tanto di filo dritto quanto di fil falso, ben che rade volte, così in linea dritta come in linea obliqua,…”

Le nostre conclusioni posso quindi essere riassunte come segue: la parata per antonomasia, ovvero un’azione volta ad arrestare il colpo avversario o addirittura ribatterlo, e che non comporti incertezze nel controllo della lama e della punta, deve essere necessariamente effettuata con il filo. Il piatto della spada può certamente, in particolari situazioni, essere utilizzato per deflettere o deviare un colpo non particolarmente potente, come ad esempio una punta.

Sarebbe quindi un grave errore assumere come principio generale quella che invece è una particolarità limitata, per giunta, geograficamente e temporalmente: è un fatto che tutta la trattatistica italiana dal medioevo ad oggi insegni a parare esclusivamente con il filo, mentre solo in certa parte della trattatistica tedesca, successiva al XIII secolo, compaiono parate (nell’accezione, appunto, di deviazioni, cedute) effettuate, con determinate armi, con il piatto della lama.

Riteniamo, a questo punto, avendo apportato un buon numero di argomentazioni, di aver offerto numerosi e concreti spunti di riflessione e discussione, e di aver in buona misura contribuito a chiarire, se non risolvere, l’annosa questione.

A cura di Andrea Morini – © 2014 Sala d’Arme Achille Marozzo

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