La Scuola Bolognese

Autore: Paolo Tassinari

Data 25/03/2021

Impossibile parlare della Scuola Bolognese senza calarsi all’interno del contesto storico, sociale e culturale noto come Rinascimento Italiano. Non solo perché, abbracciando completamente tutti gli aspetti che lo caratterizzano, è proprio in quel lasso di tempo che questa scuola si afferma, ma soprattutto perché è l’espressione di uno spirito estroso, ma non scevro da conflitti, che da sempre accomuna la popolazione della nostra penisola.

Se da un lato il Rinascimento rappresenta la nascita del movimento culturale noto come Umanesimo che nel resto d’Europa porta alla formazione delle Monarchie Nazionali, in Italia si accompagna alla trasformazione dei Comuni in Signorie, anch’esse espressione della frammentazione tipica del territorio e della cultura dei suoi abitanti. La pratica della scherma è un’espressione tipica di questo fenomeno.

Se nel resto d’Europa l’arte della scherma resta un appannaggio esclusivo di vere e proprie corporazioni, rigide e conservatrici con capostipiti che regolavano l’uniformità dell’insegnamento dando letteralmente la caccia ad eventuali maestri “abusivi” – si pensi alle varie Fechter Gilde in Germania o ai Masters of Defence inglesi – in Italia non è così!

L’Arte delle Armi in Italia di Jacopo Gelli

A tal proposito nella sua opera del 1906, L’Arte dell’Armi in Italia, Jacopo Gelli asserisce:

“…Sino dall’inizio delle libertà municipali nelle città d’Italia fiorirono scuole, in cui si impartiva ai cittadini l’istruzione necessaria a ben maneggiare le armi d’ogni specie, allora in uso, per la difesa della Terra o del Comune dalle sopraffazioni dei vicini più forti…”

Ancora:

“…Le Scuole o Compagnie dei nostri Municipi medievali avevano lo scopo, come ho detto, di ammaestrare la gioventù della borghesia e del popolo nella virtù delle armi, ed a prepararla ai gravi cimenti, che la difesa delle libertà cittadine imponeva loro. Però, siccome l’emulazione eccitava i componenti di codeste Compagnie a compiere atti lodevoli e gloriosi per la scuola o Compagnia propria, così codeste Compagnie vollero andar distinte le une dalle altre con una denominazione particolare…”

Ibidem:

“…E sebbene il signor Egerton Castle nel suo libro Schools and Masters of Fence (Londra, 1833) affermi erroneamente, secondo il suo solito, che “dall’esame profondo degli antichi trattati risulta che la scherma (italiana) si raccomandasse di più all’agilità ed alla ispirazione, che a regole ben definite” (pag.3), mi compiaccio di affermare e di sostenere che già gli abbattimenti offensivi e difensivi, nei quali si riepilogava l’insegnamento impartito nelle antiche scuole o Compagnie Municipali italiane del medio-evo, possedevano un sufficiente sviluppo tecnico e presentavano i caratteri sostanziali di quei principi che quasi due secoli dopo consacrarono nei loro libri Antonio Manciolino ed Achille Marozzo…”.

Al di là della animosità tra Gelli e Castle (meriterebbe un articolo solo questo argomento), risulta chiaro come sia impossibile riferirsi alla scherma nostrana cercandone dei capostipiti.

Furono quindi l’estro e la bellicosità dei popoli italiani, nonché la conflittualità tra le varie scuole e maestri, i fattori che elevarono l’arte del combattimento ad un’altezza tecnica e varietà tuttora ineguagliate, di cui la Scuola Bolognese rappresenta l’apice e la massima fioritura.

Maestri Bolognesi XIV Secolo

Relativamente a questi primi esponenti si hanno, purtroppo, ben poche notizie.

Pantanelli nel suo Scherma e maestri di scherma bolognesi del 1930 fornisce le seguenti informazioni:

  • Rosolino. Vivente nel 1338, nessun altro dato conosciuto
  • Francesco. Vivente nel 1354, nessun altro dato conosciuto
  • Nerio. Registrato come magister scremaglie nel 1354 nella parrocchia di San Paolo e vivente nel 1385. Nessun altro dato conosciuto

Maestri Bolognesi XV Secolo

È il periodo in cui la inizia il percorso di trasformazione che porterà, nel secolo successivo, la Scuola Bolognese a raggiungere il proprio apice e che annovera già ragguardevoli esponenti. Pur avendo molte informazioni in più rispetto ai rappresentanti del secolo precedente, con la sola eccezione di Pietro Monte, le opere da loro scritte non sono giunte fino ai nostri. 

Filippo (o Lippo) di Bartolomeo Dardi

Soprattutto all’estero considerato erroneamente il capostipite della Scuola Bolognese (abbiamo già spiegato come non sia possibile parlare di tali figure relativamente alla scherma sviluppatasi in Italia). Morto nel 1464. Astrologo e matematico, abitò e tenne una sala d’armi nella parrocchia di S. Cristina di Porta Stiera (Orioli, nel suo articolo La scherma a Bologna, uscito sul Resto del Carlino nel mese di Maggio del 1901, dice in via Pietralata). Fu eletto ad una cattedra di geometria nello Studio di Bologna, dove insegnò tra il 1443 e il 1463 e scrisse un saggio sulla relazione tra scherma e geometria tra il 1413 e il 1443 (data in cui presenta la petizione al Reggimento bolognese per l’ottenimento del lettorato in geometria).

Pietro Moncio (o Montius o Monti o Monte)

È il primo maestro di scherma che compila un trattato organico della propria materia: Petri Montii Exercitiorum atque artis militaris collectanea in tris [sic] libros distincta. Questo studio, scritto sul finire del XV secolo in forma manoscritta ma stampato solo nel 1509 a Milano, viene citato a posteriori da due autori: Morsicato Pallavicini, nel suo trattato del 1670 e Antonio Marcelli nel trattato del 1676.

Il Monte, pur essendo di Scuola Bolognese, visse alla corte urbinate e viene citato nel Cortegiano di Baldassarre Castiglione come “…il solo e vero maestro d’ogni artificiosa forza e leggerezza, così del cavalcare, giostrare e qualsivoglia altra cosa…”.

Guido Antonio di Luca (o di Lucca)

Morto nel 1514. Abitò in via Saragozza nella parrocchia di S. Maria delle Muratelle e fu un protetto della famiglia Bentivoglio. Discepolo di Bartolomeo Dardi. Scrisse un trattato di scherma che fu dato alle stampe nel 1532. Non se ne conosce nessuna copia pervenuta. Nella sua scuola studiarono: il conte Guido Rangoni, condottiero modenese; Giovanni dè Medici (o dalle Bande nere), e Achille Marozzo che di lui scrive:

“…le cose che in questa arte mostrate mi furono, dal nobilissimo operatore di quella Maestro Guido Antonio de Lucha Bolognese, dalla cui schola si può ben dire che sieno più guerrieri usciti, che del Troiano Cavallo…”.

Maestri Bolognesi XVI Secolo

Siamo nel periodo in cui si consolida la trasformazione iniziata verso la fine del secolo precedente e che porta la Scuola Bolognese all’apice del proprio splendore.

In questo secolo si assiste prima ad una cristallizzazione di molti dei principi tipici della tradizione bolognese e poi ad una migrazione verso una scherma prettamente di punta (tipica del periodo), tanto da poter distinguere la Scuola Bolognese in Classica e Tarda.

Anonimo Bolognese

Di questo esponente sono pervenuti due manoscritti classificati come ms. 345 e 346 presso la Biblioteca Classense di Ravenna. Nonostante sia del tutto assente una qualsiasi datazione e qualsiasi riferimento all’autore, così come ad altri personaggi o fatti che possono aiutare a collocare il trattato dal punto di vista temporale e geografico, appare subito chiaro che il medesimo appartiene, senza alcun dubbio, alla Scuola Bolognese “prima maniera”, il che lo rende estremamente interessante essendo disponibili, fino al momento della scoperta, solo i trattati di Manciolino e Marozzo, come appartenenti a quella generazione di maestri. Inoltre, esistono parecchi indizi di carattere tecnico (col tempo si sono trasformati praticamente in certezze) del fatto che il trattato in questione è più antico rispetto a quelli dei due rappresentanti principali, appena citati, della Scuola Bolognese. A parziale conferma, una prima analisi delle filigrane ad opera della Dott.ssa Giuliani, Dirigente del Servizio Biblioteche della Istituzione Biblioteca Classense, colloca la carta ad una datazione intorno ai primissimi anni del ‘500, il primo o al massimo il secondo decennio, e come ambito geografico l’Italia centro-settentrionale.

Dal punto di vista tecnico, il trattato mostra molte analogie sia con autori precedenti, in particolare Filippo Vadi, ma anche con altri successivi, soprattutto con Antonio Manciolino, uno dei massimi esponenti della tradizione bolognese.

Antonio Manciolino

Poco si sa di questo personaggio che, insieme ad Achille Marozzo, viene ricordato come uno dei grandi rappresentanti della Scuola Bolognese.

La sua Opera Nova il cui titolo completo, alquanto peculiare, è Opera Nova dove li sono tutti li documenti et vantaggi che si possono havere nel mestiere dell’armi d’ogni sorte nuovamente corretta et stampata. MDXXXI, viene stampata, postuma, a Venezia per l’appunto nel 1531.

Il titolo fa sorgere il dubbio che, precedentemente al 1531, possa essere stata stampata una prima versione del libro; dove e quando resta un mistero. Morsicato Pallavicini fa menzione ad altri trattati pubblicati nel 1474 e nei primi anni del ‘500 dei quali, se mai realmente esistiti, si è persa ogni traccia.

Achille Marozzo

Nato nel 1484 e morto nel 1553. Il padre Lodovico apparteneva ad una famiglia originaria di S. Giovanni in Persiceto, la quale ottenne la cittadinanza bolognese nel 1385. Achille Marozzo abitò sino alla morte in via Riva di Reno, in una casa avuta in enfiteusi dall’Abbazia dei Santi Naborre e Felice, dove tenne anche la sua scuola di scherma. Viene citato in una delibera del Reggimento bolognese datata 9 giugno 1531, dove gli viene concessa la licenza di estrarre acqua dal fiume Reno per alimentare un filatoio costruito nella propria casa sita in “cappella Sancti Felicis”. Scrisse un trattato intitolato “Opera nova” stampato per la prima volta a Modena nel 1536, ristampato poi a Bologna nel 1546, a Venezia nel 1550 e di nuovo nel 1568. Un’ultima edizione a cura del figlio Sebastiano viene pubblicata a Verona nel 1615. Al suo interno vengono ricordati due allievi del Maestro: Giambattista Letti (Giovanni Battista da i Letti), citato a pag. 126 (cap. 273) e a pag. 148 a proposito dell’ultima presa di daga; Giacomo Crafter, d’Agusta, citato a pag. 126 (cap. 273).

Andrea Valentini (Andricane)

Citato nel Diario del cronista Rinieri che riporta la sua nomina di Milite palatino a vita grazie all’intercessione di un cardinale Farnese. Nessun altro dato conosciuto.

Giacomo di Grassi

Di origine modenese, fu autore di un trattato dal titolo Ragion di adoprar sicuramente l’arme si da offesa come da difesa, stampato a Venezia nel 1570 presso due diversi editori: Cavalli e Ziletti. 

L’edizione del Cavalli è conservata alla Biblioteca Marciana di Venezia, mentre l’edizione di Zilletti si trova alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.

Sebbene la scherma da lui descritta non sia quella “canonica” della tradizione bolognese, può essere annoverato tra quelli che la rappresentano. 

Fu il l’autore più tradotto dell’epoca e la sua opera venne trasposta in varie lingue da più trattatisti differenti: 

Henry de dal Sainct-Didier, Francese, 1573

Jaques de Zeter, Francese e Tedesco, 1619 e 1622 

Girolamo Cavalcabo, 1609, Francese

Fu inoltre il primo trattato italiano di scherma ad essere pubblicato in inglese nel 1594 a cura di tale Thomas Churchyard.

Angelo Vizzani (Vizani o Viggiani) (dal Montone)

Nato nel 1517, morto verso il 1550. Autore di uno scritto dal titolo: Trattato delle scherme, stampato postumo dal fratello a Venezia nel 1575. Ristampato in seguito a Bologna nel 1588.

Giovanni Dalle Agocchie (o Agucchi)

Nato il 9 marzo 1547. Autore di un trattato dal titolo: Dell’arte di scrimia, libri tre, stampato a Venezia nel 1572.

Se Marozzo e Manciolino sono due illustri rappresentanti di quella Scuola Bolognese che abbiamo azzardato definire Classica, Dalle Agocchie lo è a pieno diritto della Tarda

In questo contesto egli assume sia il ruolo di tradizionalista che di innovatore. Tradizionalista perché intende reintrodurre le basi teoriche della tradizione bolognese all’interno di un tessuto che, a suo dire, sta rapidamente perdendo il contatto con le proprie radici. 

Innovatore, in quanto completa queste basi fornendo minuziose spiegazioni, fino a questo momento date per scontate da tutti gli autori e mai esplicitate. Rende così possibile la migrazione dei solidi ed efficaci principi della Scuola Bolognese verso una scherma “moderna” e del tutto in linea alle necessità della sua epoca.

Maestri Bolognesi a cavallo tra XVI e XVII Secolo

Ecco arrivare il tempo che segna il declino della Scuola Bolognese. La scherma, non solo quella appartenente a questa tradizione, bensì tutta la scherma italiana, migra e si fonde ad altre realtà europee; lasciando comunque un solco indelebile in ciascuna di esse e nella storia

Girolamo (Geronimo) Cavalcabò

Allievo del Vizzani, fu chiamato presso Enrico IV alla corte francese come istruttore di scherma del figlio Luigi avuto, in seconde nozze, dalla consorte Maria dé Medici. Alla morte di Enrico IV (1610) suo figlio gli succedesse al trono col nome di Luigi XIII. Nel 1601, Cavalcabò scrisse l’opera dal titolo Trattato di scherma di Girolamo Cavalcabò bolognese, tradotta in francese e pubblicata a Parigi nel 1609, successivamente venne tradotta in tedesco e stampata a Jena nel 1612.

Non se ne conoscono copie conservate in Italia, né versioni italiane.

Il figlio Cesare risiedette anch’egli in Francia col titolo di Maestro Tiratore della Corte tra il 1611-1642. Il Gelli lo colloca (più o meno negli stessi anni) alla corte di Londra dove, insieme al padre Rocco Cavalcabò e Vincenzo Saviolo insegnò scherma per sette anni per poi finire ucciso in duello.

Lelio dei Tedeschi

Autore di un trattato dal titolo: Raccolta delle fedi d’alcuni prencipi, et ss.ri italiani che hanno conosciuto, & prouato il secreto di Lelio de’ Tedeschi cittadino bolognese, dichiarato primo inuentore del vero, & sicuro modo di leuar nell’atto del ferire, o delparare la spada di mano all’avversario. Stampato a Bologna nel 1605.

Bibliografia essenziale:

  • V. Pantanelli, Scherma e maestri di scherma bolognesi, estratto dalla “Strenna storica    bolognese”, anno terzo, cooperativa tipografica Azzoguidi, Bologna, 1930
  • E. Orioli, La scherma a Bologna, in “Resto del Carlino”, 20-21 maggio 1901, n. 140
  • J. Gelli, L’arte delle armi in Italia, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, 1906