Inno ad Ares

Omero – Inni Epici

O Ares vigoroso, che calchi il carro da guerra, dall’elmo dorato,
intrepido scutifero, difensore di città, ricoperto di bronzo,
dalla possente mano, instancabile, abile con la lancia, bastione d’Olimpo,
Padre della Vittoria che dona fortuna in guerra, sostegno di giustizia,
dominatore dei nemici, guida per i giusti mortali,
signore del coraggio, che ruota la sfera fiammeggiante
fra i pianeti delle sette strade, dove i cavalli infuocati
lungo la terza orbita ti portano eternamente;
ascoltami, protettore dei mortali, donatore di baldanzosa giovinezza
e riversa dall’alto sulla mia vita la tua luce mite
e la tua forza marziale, affinché io possa
scacciare da me la viltà odiosa
e piegare nella mia mente la passione ingannatrice dell’anima
e frenare la travolgente forza della furia che spinge
a gettarmi nella mischia crudele; ma tu invece il coraggio,
o beato, concedimi, e di rispettare le inviolabili leggi di pace
sfuggendo al tumulto dei nemici e all’inesorabile morte.

 

Questo inno, o preghiera, risulta particolarmente interessante per noi in quanto costituisce uno dei primi esempi in cui appare il concetto di “Audacia et Prudentia”, tipico della nostra tradizione marziale e in particolare del nostro Fiore dei Liberi.

Mentre nell’epica francese della “Chanson de Roland” la “prouesse” e la “sagesse” vengono scisse in due personaggi diversi, è chiaro che il guerriero deve conoscerle e praticarle entrambe per arrivare alla vera “virtus” marziale, sfuggendo sia all’estremo della viltà sia a quello opposto del cieco “furor” attribuito ai Germani o in generale ai popoli barbari.

Ed è questa “Virtus” del valoroso equilibrio che il nostro autore greco richiede alla sua divinità.

In realtà questo inno viene considerato non appartenente agli Inni Epici che la tradizione attribuisce ad Omero, ma la dottrina lo attribuisce ora allo stoico Cleante, ora al neoplatonico Proclo, oppure a un suo discepolo o precursore, e c’è anche chi lo vuole collocato fra gli Inni Orfici.

In effetti si percepisce nell’Inno un afflato filosofico, e degno di nota è anche il fatto che si identifichi la divinità con il suo pianeta, Marte (la terza orbita, a contare dall’esterno, era per gli antichi quella di Marte).

Quel che è certo è che la divinità viene raffigurata in modo ben diverso dall'”odioso Ares” dell’Iliade, un dio furioso che imperversava con sadica gioia sui campi di battaglia, ma fuggiva anche in modo vile, urlando “come mille uomini” quando veniva ferito dal prode Diomede (che aveva osato combatterlo ben sapendo che si trattava di un essere più che umano).

Ben lontano dal barbaro “furor” di quell’Ares omerico, pronto al massacro come alla fuga, questo Ares è ben più simile al romano Marte, una divinità guerriera ma protettrice: essenzialmente si tratta di un dio difensore, nume tutelare della città in armi, che dona un virtuoso coraggio agli uomini retti, sostegno della giustizia.

questo archetipo, visto attraverso il filtro della romanità e del cristianesimo, guarderà la parte migliore della cavalleria medievale e rinascimentale italiana ed in genere europea.

A cura di Marco Rubboli – © 2000 Sala d’Arme Achille Marozzo

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